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Articolo 2.0

L’arte del Kintsukuroi e l’architettura sociale di Alejandro Aravena

Mi piace osservare ininterrottamente le imperfezioni, i buchi nei muri, le rotture perché posso guardare oltre o dentro, in esse trovo vita , vita vera, uno spiraglio di luce per elaborare pensieri.

Esiste un arte giapponese e non poteva provenire da un altro altrove, dove la ceramica  rotta non viene buttata come da noi, o nascosta, ma valorizzata perché quei pezzi hanno una storia.

Gli oggetti in ceramica vengono riparati e riassemblati con l’oro, questa arte prende il nome di Kintsukuroy.

La scelta dell’oro nasce nel prendere un materiale prezioso per rimettere insieme qualcosa di speciale.

Trovo che sia un arte molto contemporanea , quasi necessaria per come la nostra società si sta disgregando con la velocità di un messaggino molto spesso anche scritto male;

anche perché tale operazione implica un tempo, amore, precisione , il contrario dell’approssimazione.

Questa arte da noi si sta diffondendo (prima naturalmente negli States dove,lì tutto capita per primo, le tendenze le annusano sempre prima degli altri) sotto forma di corsi commerciali , alla stregua di tutti quei palliativi per gente stressata, scontenta o semplicemente in cerca di risposte.

Mi sono però domandata se tutto questo poteva avere una sua specularità in architettura ed ecco che mi sono sorpresa.

L’architetto dei poveri

Nelle mie ricerche ho incontrato l’architetto Alejandro Aravena, di origine cilena , uno dei più giovani architetti ad aggiudicarsi il  Pritzker Prize del 2016, il Nobel dell’architettura internazionale.

Quando a Novembre 2016 è andato a ritirare il premio alle Nazione Unite , ha parlato di Architettura sociale, una nuova visione espressa dalla volontà del suo studio Emental, ha affermato che la fonte della sua ispirazione non sono più i grandi architetti , ma le favelas ed i quartieri più poveri.

Infatti fino ad una decina di anni fa era un architetto sconosciuto, tutto ciò è cambiato nel momento in cui gli hanno commissionato la realizzazione di 100 alloggi per famiglie svantaggiate.

Il Progetto quinta Monroy del 2004 , si basava su case semicostruite dove ogni famiglia avrebbe potuto ampliare nel tempo, in funzione della propria storia personale; per far questo ha coinvolto nella progettazione la comunità stessa.

Diviene una architettura la sua, partecipata, per tutti, non d’autore , dove l’architetto fa un passo indietro per una nuova missione che è quella di risolvere  senza banalità di pensieri autocelebrativi i problemi delle persone.

Non a caso l’architetto cileno, è stato l’anno scorso curatore della Biennale di Venezia ed è oggi membro del Programma Cities della London School of Economics.

Penso che saper “ricucire” le nostre periferie sarà il futuro prossimo dell’architetto moderno.

In Italia ci sono architetti come i Tam associati , anche loro pluripremiati a livello internazionale, che stanno lavorando su questa linea di confine ,oltre la quale andare. Qualche anno fa, questo studio di architettura ci ha fatto l’onore di venire a presiedere un convegno organizzato da noi della Cllat, raccontando la loro esperienza di Cohousing, allora sembrava lontana, adesso secondo me si sta avvicinando.

Nel momento in cui sto scrivendo questo articolo, dopo alcuni giorni di ricerca, mi sono accorta che è il 9 Maggio, penso che mai niente è casuale, è la ricorrenza della morte di Peppino Impastato, concludo con questo suo pensiero:

“Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione,la paura e l’omertà”

Bene ,io inizio con una tazzina rotta e un po’ di polvere d’oro.

By Irene Pini

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